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di Michela Trigari

Non è “la colpa di chi mangia troppo e si muove poco”. Spesso influenzata anche dal contesto in cui si vive, l’obesità è una malattia cronica, progressiva e recidivante. Una vera e propria patologia legata a disfunzioni biologiche e metaboliche, che dipende da un insieme di fattori: genetica, alterazioni biologiche nei meccanismi che regolano lo stimolo della fame e della sazietà, componenti emotive e psicologiche (motivo per cui l’obesità viene anche definita come un disturbo neurocomportamentale), ambiente circostante.

Non è un caso, quindi che, l’Obesity Day 2026 promosso dall’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica (ADI) per il 10 ottobre abbia scelto, quest’anno, di puntare sulla componente culturale, mettendo a punto un Decalogo per varie etnie utile a prevenire le malattie non-trasmissibili e una Piramide alimentare transculturale. Il messaggio, infatti, è “La salute parla tutte le lingue”. Ne abbiamo discusso con Roberta Carli, specialista in Scienza dell’Alimentazione della Regione Emilia-Romagna (nella foto a sinistra).

Dott.ssa Carli, questa edizione dell’Obesity day mette al centro le persone di origine straniera. Come mai?
“Il tema affronta il legame tra salute, migrazione e inclusione sociale. Molte persone che arrivano in Italia da altri Paesi vivono una transizione nutrizionale molto rapida. Spesso passano da regimi alimentari tradizionali (basati su cibi semplici, cereali e pochi grassi) all’impatto con l’ambiente occidentale ed ‘obesogeno’, caratterizzato da un accesso facile ed economico a cibi industriali, ultra-processati e ipercalorici. Questo repentino cambio di abitudini espone le popolazioni straniere al rischio di sviluppare obesità e malattie metaboliche correlate (come il diabete). Per affrontare il tema dell’obesità in una società multietnica non si può semplicemente imporre la dieta mediterranea a chi ha tradizioni culinarie completamente diverse. L’obiettivo della campagna è promuovere delle indicazioni attraverso le piramidi alimentari transculturali, capaci di rispettare le culture, i sapori e le tradizioni d’origine, insegnando però come declinarle in chiave salutare e bilanciata nel contesto locale”.

Quindi la povertà alimentare può influenzare l’obesità?
“Chi ha un budget familiare limitato tende ad acquistare i cibi che costano meno e che, purtroppo, sono quasi sempre quelli a più alta densità calorica e minor valore nutrizionale (i cosiddetti cibi a ‘calorie vuote’, ricchi di zuccheri e grassi saturi). Inoltre, anche lo sport e l’attività fisica strutturata, che potrebbero aiutare nel contrastare l’eccesso di peso, hanno un costo. L’obesità diventa quindi, ancora una volta, una spia della povertà e della mancanza di tutele, e non di una scelta personale”.

Parlando di prevenzione dell’obesità, allora bisogna agire anche sul contesto sociale?
“La prevenzione e la cura dell’obesità richiedono una comunicazione complessa. Promuovere la salute significa anzitutto rimodulare i messaggi medici affinché siano comprensibili, accessibili e vicini a ogni persona, abbattendo le disuguaglianze sociali ed educative. Una persona non può fare prevenzione da sola se vive in un ‘ambiente obesogeno’ (un contesto che favorisce la sedentarietà e il consumo di cibo spazzatura). In Emilia-Romagna si lavora molto su questo aspetto attraverso due direttrici: le Scuole che promuovono salute, cioè mense scolastiche con menu bilanciati e progetti per aumentare le ore di movimento e i giochi all’aperto nei cortili, un’urbanistica attiva che promuove la creazione di piste ciclabili, parchi urbani e aree pedonali sicure per incentivare i cittadini a muoversi a piedi nei tragitti quotidiani (casa-lavoro o casa-scuola).

Allora per contrastare l’obesità occorre innanzitutto promuovere l’educazione e la consapevolezza pubblica…
“Iniziative come l’Obesity Day promosso dall’ADI, ormai al suo 26 anno di attività, servono proprio a spiegare che il peso corporeo non dipende solo da ‘dieta e movimento’, ma da una fitta rete di fattori genetici, metabolici, ormonali, psicologici, socio-economici e ambientali. Biologicamente, quando il corpo perde peso, mette in atto meccanismi di difesa ancestrali che aumentano la fame e rallentano il metabolismo. Capire che si sta lottando contro la propria biologia e non contro la pigrizia aiuta a sviluppare empatia. Spesso chi soffre di obesità è il primo a colpevolizzarsi, avendo assorbito i pregiudizi della società. I percorsi psicologici e psicoterapeutici (inseriti nei PDTA-Percorsi diagnostici terapeutici assistenziali regionali) aiutano a scindere il proprio valore personale dal peso corporeo. Promuovere spazi (palestre, luoghi di lavoro, scuole) dove l’attività fisica e il benessere siano proposti in chiave di salute e divertimento, liberi dal giudizio estetico o dalla performance.

Quali percorsi di presa in carico per adulti e bambini propone quindi il Sistema Sanitario regionale?
“Il modello emiliano-romagnolo per l’obesità infantile e per quella dell’adulto si articola su 3 livelli di intensità di cura: prevenzione e screening gestiti inizialmente dal pediatra di libera scelta e dal medico di medicina generale, presa in carico territoriale in capo ad équipe multidisciplinari nelle Aziende USL a cui si accede tramite impegnativa del proprio medico ed eventualmente dietro pagamento del ticket, alta specializzazione ospedaliera e chirurgia per l’obesità di grado elevato o resistente ai trattamenti, anche dopo terapia farmacologica. Il sito Salute – Regione Emilia-Romagna offre le direttive aggiornate sulle reti di nutrizione clinica. Le singole aziende sanitarie dispongono di pagine web dedicate ai propri PDTA per l’obesità, con i contatti diretti dei centri di diabetologia e nutrizione. Perché l’obesità va affrontata insieme agli specialisti, senza giudicare”.

 

Iniziative 2026 Obesity Day ADI in Emilia-Romagna

Bologna

Ferrara

Reggio Emilia

 

 

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