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di Luca Fiorini

«Si tende spesso a liquidare l’obesità con un semplice “mangia meno e muoviti di più”, come fosse una questione di volontà. E senza riconoscerle la dignità di una malattia vera e propria». L’affermazione arriva dalla dottoressa Lucia Magnani, specializzanda di Scienza dell’Alimentazione all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna: «È un errore comune, talvolta perfino tra il personale sanitario».

Dietro un consiglio apparentemente innocuo, insomma, si annida un’idea tanto diffusa quanto sbagliata: quella per cui il peso corporeo sia solo una questione di determinazione. La scienza dice altro: «L’Organizzazione mondiale della sanità descrive l’obesità come una malattia cronica e multifattoriale, frutto dell’intreccio tra genetica, biologia, ambiente e condizioni sociali».

Eppure, nell’immaginario collettivo, resta ancora una colpa del singolo. È questo lo stigma del peso: «attribuire alle persone affette da obesità tratti caratteriali negativi o invalidanti come la pigrizia, la scarsa disciplina o la mancanza di autocontrollo».

Le conseguenze non sono solo emotive. «Le persone affette da obesità riferiscono esperienze di giudizio o di semplificazione clinica che possono tradursi in diagnosi tardive e in una minore adesione ai percorsi di cura». Lo stigma favorisce lo stress, la fame emotiva (emotional eatig) e la sedentarietà: un circolo vizioso in cui il pregiudizio alimenta la malattia e la malattia rafforza il pregiudizio.

«Per spezzarlo, il primo passo è cambiare il modo in cui se ne parla, a cominciare dai termini che scegliamo per definire chi vive in questa condizione di salute. Si dovrebbe dire “persone affette da obesità” – spiega Magnani – in quanto l’obesità è una patologia parificabile ad altre: il diabete, l’asma, l’artrite».

Una malattia, non una colpa

«Dire “persona affetta da obesità” (al posto di “obeso”) non è una semplice questione di forma: l’espressione chiarisce che si tratta di una malattia, non qualifica la persona», ribadisce Magnani.

Il riconoscimento legislativo dell’obesità è recente. Anche il percorso culturale che l’accompagna è ancora in evoluzione. «Nell’ottobre 2025 l’Italia ha riconosciuto per legge l’obesità come malattia progressiva e recidivante». Per Magnani, è «un modo per darle finalmente dignità». La legge stabilisce inoltre che le persone affette da obesità usufruiscano delle prestazioni contenute nei LEA, i Livelli essenziali di assistenza garantiti dal Servizio sanitario nazionale.

Anche sul piano della formazione medica è in corso un cambiamento: «fino a qualche anno fa si parlava ancora di obesità nei corsi di laurea, mentre oggi è un tema presente. Le nuove generazioni di medici hanno così l’occasione di formarsi e informarsi in materia».

I pregiudizi più comuni

Il pregiudizio sul peso comincia presto: la Società italiana di pediatria (SIP) segnala che già in età prescolare i bambini possono essere derisi per il loro corpo, e che lo stigma attraversa famiglia, scuola, media e servizi sanitari. Un ruolo importante lo giocano i modelli estetici: «I social network hanno esposto tutti, in particolare i più giovani, al confronto con il mondo della moda e degli influencer, dove gli standard estetici e corporei sono irraggiungibili», osserva Magnani.

«I pazienti raccontano di essere considerati pigri e indolenti, magari perché non hanno voglia di camminare, oppure privi di forza di volontà nel fare movimento o nel mangiare meno. Non da ultimo, ricorre spesso l’idea che non si prendano abbastanza cura di sé».

Queste etichette ignorano la complessità del quadro clinico. «L’obesità è una malattia complessa, determinata da molti elementi. Genetica, familiarità e condizioni sottostanti possono concorrere al suo sviluppo: non dipende soltanto dalla volontà individuale. Di frequente, chi arriva da noi si attribuisce la colpa del proprio peso e non sa che l’obesità è una malattia. Spiegarlo può alleggerire il senso di colpa. Solo dopo aver esplorato la dimensione clinica e i fattori coinvolti lavoriamo sulla motivazione al cambiamento».

La narrazione che colpevolizza la persona può inoltre finire per isolarla. Anche per questo, al Sant’Orsola vengono proposti percorsi di gruppo. «Organizziamo corsi di dietetica, che chiamiamo “Nutrizione consapevole”, per offrire indicazioni pratiche: leggere le etichette, fare una spesa più attenta, imparare a comporre un piatto. Ci sono poi percorsi per persone con disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), condotti da medico e psicologo. Il confronto col gruppo è possibile, ma non obbligatorio: ciascuno sceglie se raccontarsi o no».

Le parole da evitare e come intervenire

Sul linguaggio l’indicazione è netta. «La regola aurea – ricorda Magnani – è non fare mai commenti sul peso: né “quanto sei dimagrita”, né “quanto sei ingrassata”. Una persona non è definita da un numero. E la bilancia non dice chi siamo. Occorre uscire da questa narrazione in cui il peso corporeo è misura del valore umano».

Le parole devono essere supportate da fatti altrettanto consapevoli: «Nel nostro reparto, ad esempio, chiediamo al paziente in visita se ha piacere di pesarsi e vedere il numero: bisogna capire con lui qual è il suo rapporto con la bilancia in quel preciso momento».

Se invece assistessimo a una battuta infelice, sui social o in altri ambiti, come sarebbe consigliabile reagire? «Ai discorsi infondati si rispondere con la scienza: ricordiamo che dietro l’obesità possono esserci disturbi del comportamento alimentare, ansia, persino patologie psichiatriche. I commenti superficiali si contrastano facendo informazione».

Una buona pratica è rimandare a fonti certe, come quella del sito della Società italiana dell’obesità (SIO): «È il punto di riferimento sull’obesità in Italia: definisce le linee guida e organizza molti eventi».

A ciò si aggiungono alcuni accorgimenti pratici, suggeriti anche dagli psicologi che si occupano di stigma del peso:

  • non commentare il corpo o il piatto degli altri, nemmeno con un complimento;
  • davanti a una battuta, dire in tono calmo che quel commento non aiuta: il silenzio, viceversa, lascia spazio al pregiudizio;
  • se una persona cara sta affrontando un percorso, ascoltarla più che consigliarla e rispettare i suoi tempi;
  • concentrarsi sul benessere complessivo, non sul numero della bilancia.

Autostigma: un potenziale ostacolo alle cure

Il giudizio sul proprio corpo pesa sulla salute mentale. Uno studio pubblicato ad agosto 2026 sull’International Journal of Obesity, condotto su 1.865 persone in sovrappeso tra Stati Uniti, Portogallo e Messico, ha rilevato che chi percepisce più discriminazione legata al peso riporta più stress psicologico e maggiori difficoltà a regolare le emozioni, con un impatto più marcato sulle donne. E la vergogna, invece di motivare, spinge spesso a rimandare visite e controlli.

«Questo sentimento ha un nome: autostigma. È lo stigma esterno che diventa interno», spiega Magnani. «La stigmatizzazione interiorizzata può rallentare il percorso di cura: spesso il paziente impiega anni prima di chiedere aiuto. E non vedere risultati, e darsene la colpa, è in molti casi il motivo per cui si molla».

Ecco perché il primo incontro è importante. «È qui che entra in gioco la motivazione al cambiamento, un aspetto complesso. Quando il paziente arriva, oltre all’anamnesi, cioè la parte clinica, bisogna capire in quale fase motivazionale si trova: se sta ancora valutando l’idea di cambiare o se è pronto a farlo. La bravura sta nel riconoscerlo senza avere fretta di portarlo a un risultato, ma accogliendolo e cercando la terapia giusta per il suo caso».

Altrettanto importante è spiegare che cosa sia davvero l’obesità. «Non farlo ha contribuito, in passato, all’abbandono di molti pazienti. Le ricadute sono una caratteristica propria di questa malattia, ma il paziente ci vedeva una colpa. In realtà la possibilità di riprendere peso fa parte della malattia stessa. Se lo si spiega bene, e la persona è nella fase motivazionale giusta, la si riesce a coinvolgere: il rapporto con il terapeuta conta moltissimo».

Un confronto aiuta a capirlo. «Per definizione, l’obesità è una malattia cronica, complessa e recidivante: è insito che possa tornare», conclude Magnani. «Se hai il diabete nessuno te ne fa una colpa, eppure è cronico quanto l’obesità. Con esempi come questo si riesce a far capire meglio il peso di una patologia multifattoriale. Le parole chiave sono due: “cronica” e “recidivante”. Ci aiutano molto a spiegare contro cosa ci stiamo battendo».

Il primo step per chiedere aiuto è l’ambulatorio del medico di famiglia o del pediatra di libera scelta. In seconda battuta ci si può rivolgere ai servizi di dietetica delle Case della Comunità e nei casi più gravi entrano in gioco i servizi ospedalieri.

Nella foto a sinistra Lucia Magnani, specializzanda di Scienza dell’Alimentazione all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna

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